27/10/2006
AUTUNNA ET SA ROSE
Intervista a cura di Matteo Muggianu

Nati nel 1994, cinque lavori all’attivo e una nomea da formazione cult grazie ad alcune autorevoli collaborazioni. A voi l’onore di presentare nella miglior maniera Autunna et sa Rose...
L’avventura di Autunna et sa Rose iniziò quasi per gioco nell’autunno del 1994, quando due persone, dopo avere passato anni a buttare giù varie poesie e scritti - con in tasca sempre la passione per la musica - decisero che era giunto il momento di comunicare quegli stati d’animo di cui avevano scritto, tentando di coniugare musica e parole in maniera personale e sentita, al fine di fornire un completamento più suggestivo possibile alle ultime e comunicare così emozioni in maniera plurisensoriale.

Non a caso la genesi del primo lavoro - Sous la robe bleue, datato 1996 - è negli scritti (varie composizioni di natura “velatamente” autobiografica), prodotti prima della nascita del progetto, ai quali è stato a suo tempo naturale ispirarsi, plasmandoli in una forma di drammatizzazione teatrale. L’idea della teatro-musica non è un qualcosa di tanto strano dal nostro punto di vista, dev’essere infatti la maniera più naturale ed al tempo stesso complessa ed elaborata per esprimere compiutamente le emozioni che ci hanno da sempre formato e che pertanto intendiamo trasmettere come contributo energetico fondamentale dello spirito. Il fruitore viene quindi condotto a passare attraverso una drammatizzazione teatrale che, in forma per nulla snobistica, rappresenta invece il mezzo principe per fare fuoriuscire le proprie ansie, le proprie gioie sepolte e portarne a galla la forza intrinseca e latente. In scena si mette a nudo il proprio cuore, in sostanza.

Devo dire che trovo squallido e triste il fatto che debbano essere le collaborazioni a generare attorno un’aura da band di culto (!?), come se la nostra musica, la nostra opera decennale contino in misura assai più marginale, come se abbia più importanza l’avere lavorato con qualcuno di famoso piuttosto che avere mostrato idee valide sin dall’inizio e averle portate avanti con convinzione.

Dico da subito che ho molto apprezzato l’ultimo lavoro “L’Art et la Mort”. Vi è un equilibrio tra ruvidità e soavità che ben rappresenta sia il periodo musicale da voi “destrutturato” che la personalità degli autori interpretati, penso in particolare a Pasolini...
Ti ringrazio e mi compiaccio che tu abbia notato questo equilibrio, un equilibrio che sorge dall’intima necessità di offrire e rappresentare tutte le possibili sfaccettature della dualità Arte-Morte, come una scultura che, colpita dalla luce, possa mostrare punti di vista e impressioni diversificate a seconda dell’angolazione dalla quale è osservata. L’essersi riferiti ad autori quali Pasolini oppure Artaud non è stata evidentemente una scelta casuale.

AesR e Antonin Artaud. Le vostre composizioni hanno richiamato spesso l’artista francese, il teorizzatore del “teatro della crudeltà”... Io penso che la “fisicità” dell’opera d’Artaud sia riscontrabile nel vostro lavoro: gli inserti noise, un certo nervosismo interpretativo...
E’ normale. Tutto partì in effetti da lontano: il nostro primo lavoro, Sous la robe bleue, uscì il 4 settembre del 1996, per un puro e fortuito caso, incredibilmente nel centenario della nascita di Artaud (in pratica la cosa fu da me scoperta solo in seguito...). Se fosse destino non so, certo fu una “rivelazione”, per così dire, che un anno prima avessi recuperato quello scritto che Artaud aveva allegato a margine della raccolta L’Art et la Mort, edita nel 1929, ed avessi deciso, così, impulsivamente direi, di musicarlo... Che dire a proposito dell’influenza che egli ci ha sempre dato? La prefazione al primo suo libro che lessi cominciava così: “Quando si è letto Artaud, non ci si riprende. I suoi testi sono di quelli, molto rari, che possono indirizzare tutta una vita, influire direttamente o indirettamente sul modo di sentire e di pensare, di regolare un comportamento sovversivo attraverso ogni tipo di sentimento, di pregiudizio e tabù i quali, nella nostra “cultura”, contribuiscono a frenare e pure a fermare uno slancio fondamentale”.

Rileggendo queste righe a distanza d’anni capisco al volo una serie di cose. Capisco perché il progetto Autunna et sa Rose ha avuto la forza di continuare nonostante le innumerevoli difficoltà trovate, non soltanto in termini economici, ma pure nel riscontro e nell’interesse vero del pubblico. Artaud non può essere oggi visto né come poeta, né come scrittore, né come attore, né come regista, ma forse come tutte queste cose insieme e forse il contrario di tutte: di certo è stato un uomo che ha cercato di sfuggire a ciascuna di queste definizioni e, forse proprio per questo motivo, ha incontrato la più grande repressione possibile. Tuttavia ha avuto la forza di continuare, e non senza difficoltà e rischi per la vita, tanto che fu internato per dieci anni in un manicomio giacché ritenuto pazzo dalle autorità francesi dell’epoca che giudicavano i suoi scritti “malati”. Credo che donare la propria vita all’arte, per quanto possa oggi sembrare “anacronistico”, sia segno di forza di spirito, e se davvero Autunna et sa Rose fosse nato sotto la “protezione” spirituale di Artaud, spero non si fermerà dinnanzi a nulla e nessuno. Non abbiamo mai accettato di tenere a freno quello slancio fondamentale che ci ha spinto ad operare sacrifici che magari a molte persone parranno pura follia, ma che noi eravamo “obbligati” a compiere in virtù di una necessità quasi rituale (in effetti, è l’istinto del sacrum facere, del fare qualcosa che sia sacro per sé, per la propria vita, che vince ogni freno...); tanto che, ogni qual volta si profilava la prospettiva di un compromesso, potevano sorgere situazioni pericolose, o comunque dissocianti...

Insomma, ci sono motivi profondi se ogni nostra rappresentazione live deve iniziare con il brano L’Art et la Mort. Un inizio che pare allo stesso tempo una fine, di questo sono cosciente e penso che l’effetto che ha sempre avuto sul pubblico possa essere stato quasi sempre di straniamento: questo, oggi, deve essere per noi il teatro della crudeltà...

Antonin Artaud e il surrealismo. Braque e il cubismo. Si capisce come le avanguardie artistiche del primo ‘900 influenzino il vostro progetto. Come è nata questa passione? Pensate che ancora esse continuino ad ardere sotto la cenere delle forme d’arte contemporanee?
Sono nato e cresciuto nel secolo scorso appena concluso, pertanto penso di essere prodotto di idee e pulsioni spirituali che l’hanno caratterizzato e anche nobilitato. Il modo in cui gli artisti cubisti vollero interpretare la realtà seguiva la lezione già dei fauves, ma esasperandone la carica dissacratoria e quindi provocatoria che poi darà origine alle altre avanguardie, tra le quali il Surrealismo. Sarà stata la coscienza di essere nato per provocare e cercare di ridestare le anime assonnate del pubblico odierno che ha dato ad Autunna et sa Rose lo spirito per avvicinarsi concettualmente alle idee avanguardiste d’inizio Novecento, così almeno credo. Sicuramente le avanguardie sono state importanti per la cultura contemporanea, e chi nega questo credo sia un millantatore. Ovviamente di tempo ne è passato da allora e l’arte ha preso strade sempre più ramificate e diverse; se pensiamo però per un momento agli artisti astrattisti contemporanei, nessuno di questi potrà mai negare di essere “figlio” delle idee di Kandinsky e del suo Dello spirituale nell’arte

Due curiosità personali circa “L’Art et la Mort”. La prima riguarda l’aver ancora una volta scelto di interpretare “Decline and Fall” dei Virgin Prunes, comparsa anni fa sulla storica raccolta della Energeia “Everyone can be a Virgin Prunes”. Cosa vi lega alla band irlandese? Essa era tra l’altro idealmente legata al dadaismo...
Alcune correzioni innanzitutto: il sampler, dal titolo Anyone Can Be A Virgin Prunes, non fu pubblicato da Energeia, bensì da Radio Luxor, che poi fu anche nostra etichetta e pubblicò nel 2000 Né l’être… éternel. Inoltre la versione presente su quest’ultimo lavoro, intitolata Quand nous reverrons-nous? è diversamente strumentata e molto più raffinata di quella di cui tu riferisci, datata 1997.

Per un periodo, nel corso degli anni ’80, ascoltavo alcune cose della celebre band irlandese; tuttavia, così come nel caso di altri brani del lavoro, la molla che mi ha dato la spinta per metter in moto il processo di destrutturazione non è certo stata quella di confrontarmi in qualche modo con i gruppi ascoltati da giovane, intendendo sfogare un mio presunto desiderio di emulazione, o di dovere tributare loro qualcosa di particolare. In verità la destrutturazione è stato soltanto un mezzo, uno strumento formale, se vogliamo, il fine del quale era però ben più rivoluzionario di quanto si pensi. Così come il mio interesse non è quello di riproporre, la componente rivoluzionaria vive appunto nell’ironia che si configura come atto di acquisito snaturamento, di voluta perdita dell’identità, quindi dell’identificazione di un oggetto (sonoro), che rende la forma ai più appunto “irriconoscibile”. A tal livello anche la sostanza muta, e ne è prova il fatto stesso di avere prelevato scritti di autori letterari ben più anziani, con l’intimo fine di comunicare qualcosa di specifico e di diverso dallo spirito originale dei brani, di solito, oltre che di stabilire un “ponte” tra le epoche, che dia in un certo qual senso l’idea dell’atemporalità dell’Arte. Si potrebbe quasi dire che la scelta di dati brani sia stata una sorta di pretesto per comunicare qualcosa d’altro, che io ho preteso di tirare fuori dalle spire del Tempo, ed anche la scelta degli estratti letterari non è affatto casuale, bensì intende legare idee e afflati di menti illustri e sublimi spiriti distanti tra loro, nel tempo e anche dal punto di vista della formazione culturale.

L’altra curiosità riguarda Pasolini e l’aver scelto un suo frammento poetico particolarmente struggente. Come il controverso poeta ha influenzato il vostro lavoro? Penso che una vita ai margini e la scomodità intellettuale possano essere in linea con la poetica che anima AesR...
Ho sempre ammirato Pasolini, proprio per lo spirito rivoluzionario e nel contempo estremamente erudito e puntuale nelle critiche alla società del suo tempo, un periodo denso di contrasti e lotte sociali che peraltro lo videro pure attivista. Sinceramente non ho mai visto il suo personaggio, né tanto meno la sua opera così controversi, anzi reputo che Pasolini sia stato il più grande intellettuale italiano della seconda metà del secolo appena passato, e che le sue idee avessero una chiarezza e una lucidità tali da renderlo davvero unico nel panorama culturale di quel tempo, e forse proprio per questo scomodo. Molto spesso - se è quello che tu intendevi dire - anch’io in effetti mi sono sentito, mi sento ancora ai margini della società, come un reietto di questa, la società dell’apparenza a tutti i costi. Distanza incolmabile tra l’essere e l’apparire…

Arte e Morte. Nell’uomo c’è sempre stata la tensione ad esprimere coi propri mezzi il rapporto con la caducità dell’esistenza, dalle danze macabre medioevali sino a Damien Hirst. “People die” cantano i Current 93 con estremo realismo. Come vedete questa necessità oggi, in un mondo dilaniato e violento in cui la morte pare celebrata anche al di fuori delle manifestazioni artistiche a causa dei media? 
Nella nostra opera di teatromusica Sturm il protagonista vive in misura devastante l’effetto dei sogni paranoici che gli fanno vivere anzitempo una morte cruenta ed inspiegabile al tempo stesso: egli è intriso di Sehnsucht mitteleuropea fin-de-siècle ed è cresciuto con la fulgida memoria delle Terzinen über Vergänglichkeit (terzine sulla caducità) di Hofmannsthal, pertanto sente su di sé il macigno della sua esistenza caduca.

Siamo caduchi in quanto esseri umani, soltanto un rapporto con un’entità superiore ci può permettere di sollevare questo macigno quanto basta per respirare e valutare la vita terrena come fase provvisoria sì, ma anche come tramite attraverso cui passare prima di dirigerci in una dimensione altra. Il compianto Friedensreich Hundertwasser, il grande pittore-architetto viennese noto come il “pittore delle spirali”, forme geometriche capaci di racchiudere simbolicamente in sé la dualità Vita-Morte, ha cercato di farci capire come solo grazie ad un buon rapporto con la natura siamo in grado anche di comunicare con i nostri avi, perché sono proprio le loro anime “sepolte” in terra che sono capaci di dare vita e vigore ai fiori e agli alberi, questi ultimi veri e propri “doppi” degli uomini, secondo il genio austriaco.

Anche molti popoli antichi vedevano la morte come una parte della vita, la quale è in qualche modo “regolata” dal sogno, dove si possono “sentire” le anime, ed incontrare gli angeli può essere reale…

Oggi purtroppo nella nostra società si tende a drammatizzare in maniera eccessiva, e soprattutto inadeguata, il momento della morte; come tu ricordi, tra l’altro, non c’è più il giusto rispetto per questa componente della vita, al punto che è normale sbattere il cadavere in prima pagina di un giornale, o in una mostra d’arte figurativa (animali o umani, che differenza fa?). Talvolta mi chiedo il perché di tutto ciò. E non so trovare risposta. In che mondo viviamo? Dove andrà a finire questo mondo? Quanto durerà?

Domanda per Disorder. Ho letto alcune interviste in giro e mi pari una persona determinata e totalmente assorbita da AesR. Cosa vuol dire per te portare avanti con coerenza il proprio percorso artistico in un Paese dove far ciò è difficoltoso se non addirittura frustrante?
La coerenza è un sentimento che deriva direttamente dalla convinzione in ciò che fai e del perché lo fai: ritorno perciò sul concetto del sacrum facere (vedi risposta alla domanda n°3) e sullo slancio fondamentale che è stato indubbiamente la molla che ci ha spinto in quella direzione, irta e scomoda, sconveniente quasi, che abbiamo deciso con forza di intraprendere oltre dieci anni fa, perché ci sentivamo dentro un “magone” che spingeva, giorno dopo giorno, sempre più violentemente, per uscire.

Ed in effetti le frustrazioni ci sono state vicine spesso, abbiamo vissuto momenti difficili a dir poco, direi di vera e propria disperazione, perché più volte, specie i primi anni, ci siamo illusi, dopo i primi insperati successi, che la strada potesse essere in discesa… Siamo pure arrivati in pochi anni ad un contratto importante, salvo poi subire il danno, morale e non solo, di dovere vederlo svanire dietro il fallimento della  label dell’area germanica con cui avevamo firmato. Ci fu un periodo in cui Autunna et sa Rose fu davvero sul punto di morte, tanto la depressione mi aveva preso e volevo mollare tutto. Poi capii, realizzai che c’era un sacrifico da compiere, anche nei confronti di una persona cara che da poco se n’era andata e a cui il nuovo lavoro Né l'être...éternel era dedicato. Che dopotutto era giusto rischiare, che la fatica spesa nel produrre quel disco poteva essere ripagata solo esponendosi ancora, e che c’erano persone, in particolar modo Simone (violoncello), con le quali si poteva intraprendere un nuovo ciclo.

Da allora, nonostante le difficoltà continuarono e le illusioni si susseguirono (anche la grande occasione dello Sturm, il lavoro che poteva aprirci vie fin ad allora ostinatamente sbarrate grazie al fatale incontro con Steven Brown, fu male sfruttata a causa di una pessima gestione della promozione), non si è più raggiunto quel grado di depressione che ti fa venir voglia di mandare tutto all’aria. Forse ora sono riuscito a formarmi una “corazza”, sono più disilluso, il che non so se è un bene. Ho probabilmente maturato una certa forza d’animo, questo anche grazie all’aiuto, materiale e spirituale, di alcune persone che ci sono vicine, e che, nonostante mille difficoltà, operano e combattono perché il nostro progetto vada avanti, alla facciaccia di chi ritiene che sia “invendibile” o “troppo difficile”. La verità è che per noi la musica deve essere espressione di cultura, mentre oggi i discografici più influenti cercano continuamente nella musica un introito facile, e pure i grandi organizzatori di eventi puntano sui “nomi grossi”, rifiutandosi di ricercare nuove realtà in grado di apportare una crescita culturale nell’ambiente musicale. E’ evidente che motivi per sentirsi frustrati ve ne sono parecchi… Ma siamo pronti a resistere con il coltello tra i denti…

Volenti o nolenti anche gli AesR sono considerati un gruppo “neofolk” e l’Italia è da sempre una fucina di talentuose formazioni in tale ambito musicale. Secondo voi c’è una spiegazione a questo? Soprattutto AesR si riconosce in questa definizione?

… Volenti o nolenti, se ne sentono/leggono tante di cazzate…!! Lascio a te le opinioni sopra riportate senza commentare. No, non abbiamo nulla a che fare con il neofolk… Questo per una serie di ragioni che posso cercare di elencare e che poggiano su considerazioni oggettive, di carattere strutturale e concettuale:

a)      Neofolk discende da folk, ossia musica popolare (nel senso puro del termine), solitamente costruita in maniera semplice e tradizionalmente strutturata su parti ritmiche di chitarra acustica, o folk appunto. Cosa che noi non abbiamo mai fatto. Probabilmente il genere neofolk ha avuto negli ultimi lustri deviazioni e varianti dalla formula già di emerite bands come Death In June, ma certo da parte di bands che a queste in qualche misura si sono comunque ispirate o anche soltanto trovate musicalmente in accordo. Non è comunque il nostro caso (il fatto di avere in questo ultimo lavoro riplasmato un vecchio brano dei Coil non fa testo, visto come è stato stravolto, abbandonando lo stile del gruppo inglese, che, comunque, negli anni ’80, quando io ascoltavo le loro cose, non era considerato neofolk in quanto il neofolk proprio non esisteva…);

b)      Il genere neofolk di molti gruppi odierni mitteleuropei fa un costante riferimento ad una malinconia di fondo, la quale trova radici letterarie in vari poeti romantici tedeschi, quand’anche non si riallaccia a miti pagani, saghe nordiche o altre antiche leggende germaniche. Noi non abbiamo niente a che fare con quest’approccio specifico. Il fatto che la lingua tedesca sia usata in quest’ultimo lavoro e sia stata usata in passato non implica che la nostra ricerca abbia punti in comune con le musicazioni di opere di poeti tedeschi proprie dei gruppi del neofolk. A parte che in realtà Hugo von Hofmannsthal era austriaco, il fatto di avere musicato parte di una sua opera – peraltro non propriamente del periodo cosiddetto romantico, semmai decadente, essendo stata scritta negli ultimissimi anni dell’800 – non significa che il mood generale della nostro stile sia in linea con quello generalmente nostalgico e mesto dei neofolkers. Inoltre a livello specificamente compositivo, credo proprio ci siano sostanziali differenze tra l’approccio contemporaneo avanguardista delle nostre cose e quello neofolk, più lineare e direi spesso tradizionale o tradizionalista: del resto, è naturale, se così non fosse, esso non discenderebbe dal folk;

c)      Sono dell’idea che vari gruppuscoli sparsi per l’Europa (specie quella dell’Est) si siano “annunciati” come appartenenti al suddetto genere, pensando che questo fosse il modo migliore di veicolare idee politiche di estrema destra (e magari con questo stratagemma guadagnare un riscontro di pubblico di una precisa tendenza). All’estero per molti Neo è sinonimo di “Neonazi”, a ragione o a torto, ma è quello che molti europei pensano. Siccome non è assolutamente il nostro caso, niente Neo, please. Direi di più: non abbiamo intenzione di mescolarci nemmeno di lontano con alcuna forma di politica, noi cerchiamo la cultura, la tanto vituperata che in questo Paese deve purtroppo sottostare al potere dei politici, delle loro “manovre” e dei “condizionamenti” vari che, a livello locale come nazionale, impediscono alla cultura di emergere e diventare interesse primario della vita dei cittadini.

Con ciò non intendo certo dire che tutti i gruppi neofolk diffondano idee politiche di estrema destra, attenzione! Non mi si fraintenda: dico soltanto che non ho intenzione di essere mescolato in un calderone di personaggi spesso pure ambigui, pronti anch’essi a clonare modelli triti e ritriti e magari a schierarsi – in maniera più o meno velata… - politicamente, con l’unico fine di rendere la cosa strumentale al loro successo.

 

Per concludere mi piacerebbe sapere come è stato accolto “L’Art et la Mort”. Nel 2000, se non erro, ideaste una versione teatrale della vostra opera "Né l'être… éternel". Pensate di poter fare una cosa del genere anche con l’ultimo lavoro, che insomma esso si presti ad una rielaborazione in scena?
Per il momento sembra bene, se intendi riferirti a come il lavoro è stato accolto dalla stampa: fin troppo bene, direi, pensando a come era stato accolto lo scorso anno Odos eis ouranon, doppio CD testimonianza di un concerto live del 2003 in compagnia di Ataraxia. A parte gli interventi di qualche cretino sputasentenze con il cervello in zona rettale, i commenti su L’Art et la Mort sono infatti generalmente discreti, pur non sempre del tutto aderenti; si è letto di peggio in occasione del precedente lavoro - a quanto s’evince da vari interven-ti - spesso a causa dell’(in-)evitabile confronto tra i due dischi che i “giornalisti” in questione sono stati portati a fare e che, sovente per motivi di “deferenza” nei confronti degli amici modenesi, ha finito per relegare Logos a (scomodo) comprimario fino a giudicarlo insensatamente inferiore all’altro disco.

A proposito di Né l’être… éternel è il caso di spiegare che esso fu fin dalla sua genesi concepito e poi strutturato come una sorta di pièce teatrale all’interno della quale sono inframmezzate parti musicali descriventi le atmosfere e le vicende narrate in altrettanti racconti, ossia i quattro movimenti della sinfonia Eternel. Dal 2000 noi abbiamo cercato contatti con realtà teatrali proponendo in tali sedi di inscenare la rappresentazione articolata sulla sceneggiatura stesa sullo scheletro dei racconti di Né l'être...éternel, progetto che ancora non abbiamo in realtà accantonato e vorremmo perciò portare a termine, se saremo capaci, prima o poi, di trovare qualcuno che si occupi della sua regia. Nel frattempo, però, prese corpo il progetto per lo Sturm, vera e propria opera di teatromusica, che dopo le rinunce subite per Né l’être… éternel, assorbì molte energie tanto da dimostrarsi lavoro teatrale più interessante del precedente, la realizzazione scenica del quale costituisce ad oggi il nostro obiettivo più alto e comunque prioritario.

Il problema è che la situazione a questi livelli ristagna terribilmente qui in Italia... Non c’è purtroppo quasi mai la mentalità, da parte degli organizzatori di eventi, di realizzare uno spettacolo composito come può essere qualcuno dei nostri, perché è chiaro come i primi sforzi, economici e non solo, debbano essere compiuti dagli organizzatori, se tieni conto che chi si occupa abitualmente di teatro pretende di potere essere economicamente “coperto”...

Ciò a cui tu probabilmente ti riferisci non è quindi la messa in scena di Né l'être...éternel come lavoro teatrale, bensì un omonimo spettacolo multimediale (contenente infatti anche brani non presenti nel suddetto CD) che abbiamo avuto la fortuna di realizzare nell’agosto 2000 nell’ambito della rassegna Corposamente (della quale performance è stato tratto un video, disponibile in formato MPEG1). Fu una “prima” e ultima, purtroppo, nonostante i miei tentativi di proporre lo spettacolo, anche in forma ampliata, nella durata e nei dettagli scenici, a vari organizzatori di rassegne teatrali, musicali, di spettacoli in genere in tutta Italia.

L’Art et la Mort non è invece strutturato come pièce alla maniera dei lavori precedenti, per cui non si pone, né è il caso di porre, il problema, vuoi perché poi ti stanchi quando ti rifiutano più volte, vuoi perché abbiamo altri due lavori teatrali (più lo spettacolo multimediale) da inscenare e credo bastino. Rimane il fatto che comunque un concerto di A&SR non è mai stato un concerto “normale”: infatti, anche nella rappresentazione musicale dal vivo non abbiamo mai disdegnato di intercalare note a recitazioni ad intermezzi poetici, sempre e comunque fondamentali per collocare la performance in un’atmosfera della quale nelle intenzioni non si è mai cercato la connotazione astrattamente musicale. Perseguendo tale decisione si è arrivati al punto di scegliere all’occorrenza di impostare lo spettacolo stesso sull’aspetto più specificamente teatrale, dove l’effetto dei monologhi e della gestualità mista alla dinamica dell’atto scenico ed all’interazione attiva in scena con oggetti a forte connotazione simbolica può portare lo spettatore in un’aura straniata dal contesto prima esistente.

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Matteo Muggianu