18 GIUGNO 2008
RADIOHEAD
ARENA CIVICA - MILANO
Testo a cura di Marco Appioli

E sul penultimo bis il pubblico uscì da una bolla di vetro. I Radiohead non torneranno più alla canzoncina per far saltare il pubblico. Non è più da loro, forse non lo è mai stato. Sembra che tutto finisca, su 2+2=5, nel momento in cui veniamo invasi dalla luce rossa dei neon che cadono sul palco. Non a caso è il momento in cui Thom Yorke urla politician, politician, in cui sembra di essere ad un concerto “normale”, dove la gente salta e non rimane ipnotizzata, senza sapere nemmeno chi li circonda. Perché è proprio questa la differenza tra un concerto e un concerto dei Radiohead. Fino a quel momento tutto era ovattato, le luci così abilmente lesinate, l’allestimento e il sound system minimale (un largo schermo dietro il gruppo diviso in cinque settori, con cinque telecamere fisse una per ogni componente, amplificatori da 200 watt come in un concertino in un risto-pub,una sola concessione a due bandiere a favore della causa tibetana appese ai due sinth). Non sembra di essere neppure in Italia, dove tutti devono per forza urlacchiare i pezzi per aiutare i cantanti. I ventiquattro pezzi proposti non lasciano spazio a dubbi: ci si concentra più sulle ultime tre produzioni, e in particolare In Rainbows, l’album più discusso dell’anno, più per scelte di distribuzione che per indubbie qualità del prodotto. Si inizia con la lucedel crepuscolo, che cala magicamente tra la recente All I Need e Nude (penso che il sole abbia scelto un ottimo momento per lasciarci). Il buio ci riserva, tra le altre, una versione dilatatissima e particolarmente ispirata di How to Disappear Completely e a breve distanza Wolf at The Door, che ci ricorda quanto la moda dell’infondere paura nei cittadini non sia per nulla passata , anzi qualcuno ci vinca pure le elezioni. Ma non si sale mai, non si cerca il colpaccio, il vecchio pezzo famoso o la frase ad effetto, per convincerci di chissà cosa. Neppure su Just, neppure sulla inaspettata The Tourist. Non ci si veste da deportati di Guantanamo, insomma. Piuttosto si propone, fuori dall’Arena, di firmare una petizione per chiedere il taglio delle emissioni di CO2. Si permette di scaricare gratis il proprio album. Si chiude il concerto con una certa Paranoid Android. Si sussurra un timido grazie al microfono, si applaude il pubblico, si va via. Forse per non farci mai uscire da quella bolla, in cui molti fortunati si sono rinchiusi, queste due serate a Milano, grazie alla band di Oxford. Sublimi.

Marco Appioli