18 LUGLIO 2008
SUMMERCASE FESTIVAL 2008
BARCELLONA
foto e recensione a cura di Marco Appioli

E dopo vari mesi di attesa eccomi alle porte del Parc del Forum di Barcellona. Primo giorno di Summercase, ore 16 e 30. La mia proverbiale ansia si palesa quando mi accorgo di essere entrato per sesto, sesto su sessantamila persone. Sono qui dalle tre meno un quarto. Il programma del festival, tanto contestato nei mesi precedenti nei vari forum, è a mio parere particolarmente ricco, nonostante le defezioni dell’ultim’ora di M.I.A. (a quanto pare non suonerà mai più dal vivo) e delle Long Blondes. La lista delle bands del venerdi include, tra gli altri, nomi come Grinderman, Interpol, Verve, Maximo Park e Primal Scream.
Il primo concerto è quello dei We Are Scientists, un gruppo indie pop americano che assomiglia terribilmente a qualsiasi gruppo indie pop inglese. Hanno poco suono, nonostante siano sul palco Movistar, il meglio attrezzato, e riescono a tenere vivo il pubblico ancora contratto solo quando eseguono pezzi del primo album “With Love and Squalor”.

Passa un’oretta e sullo stesso palco, giusto per far capire a tutti che le cose si fanno serie, sale sul palco un certo Nick Cave con la sua ultima creatura, i Grinderman, ovvero i Bad Seeds con un altro nome. Appena i quattro iniziano ad esibirsi, succede qualcosa di molto piacevole, cioè gli amplificatori iniziano a funzionare bene, anzi ad urlare, sconvolti da un delirio di suoni prodotti sia dagli effetti della chitarra di Nick, che dal barbuto polistrumentista Warren Ellis, quello più accostabile all’attitudine noise dei Birthday Party che cementò i futuri Bad Seeds. La band esegue i brani dell’unico disco, più un paio di inediti, dimostrando come si possa tutt’oggi suonare del blues in chiave moderna ovvero psycho-garage (passatemi il termine), senza doversi inventare nulla e senza risultare in alcun modo scontati. Rigorosamente in giacca e camicia nera, sembrano usciti da una sparatoria in un film di Tarantino.


Ho mezz’ora di tempo, che impiego mangiando un panino con churrizo, (più che un salsiccione una schifezza colossale che l’indomani mi farà urlare) e ammirando le bellezze del festival accompagnate dai soliti fortunati che si contendono la maglietta più originale e/o provocatoria. Impalmo decisamente un giovane tracagnotto che mostra una “I Saw Elvis” (alla faccia vostra, immagino) e un giovane d’Albione di due metri con scritto “If Music is Too Loud, You’re too Old”.
Stanno per iniziare gli Interpol, ovvero il mio gran dilemma dai tempi in cui mi presero il cuore con il magnifico “Turn on the Bright Lights”, uno dei migliori album dei primi del secolo. Cerco di dimenticare che i due album successivi sono stati pessimi e che, a quanto si dice, il quartetto di NY non sappia proprio tenere il palco. Arriva il momento della verità. La voce di Paul Banks è piena e incoraggiante, i pezzi sono eseguiti bene, ma manca proprio quello che ti fa scuotere la testa, quella cosa lì che gli inglesi chiamano the groove. Mi scendono quasi le lacrime, fanno anche PDA, la canto, ma è più bella su CD, ed è un peccato.
Alcuni irlandesi (che mi scambiano per uno degli Stone Roses, ahimè) mi convincono a vedere la fine del concerto dei Maximo Park. Loro si che hanno il groove, tutti saltano e apprezzano, proprio un bel concerto. Suonano molto semplici, ma lo fanno in maniera impeccabile. Se potessero solo fare un tour con gli Interpol..
Ultimo dilemma della giornata: i Verve suoneranno o no? Hanno annullato tre date in dieci giorni, tra cui quella di Italia Wave, per una laringite di Richard Ashcroft che, a quanto pare, entra ed esce dall’infermeria. Nulla di più falso. Canta come dieci anni fa, quando il suo gruppo era “Il Gruppo” e Britpop significava ancora qualcosa. E riescono ancora a stupire, se non altro perché ti aspetti il the best of the best e invece tolgono fuori pezzi del bellissimo “A Storm in Heaven” e addirittura del precedente album d’esordio. La conclusione è affidata al nuovo singolo, “This is Music”. E’ una paraculata colossale, la batteria suona dance, le chitarre suonano New Order, ma credetemi il pezzo è trascinante quanto i migliori LCD Soundsystem. Bel concerto, insomma.
Mi addentro eroicamente per gustarmi in prima fila il momento del festival che aspetto da un decennio, l’esibizione dei Primal Scream. Mi dilungherò in un articolo apposito su questo concerto, ma vi anticipo che Bobby Gillespie e soci non hanno deluso affatto, che ne sono uscito felice e con le ossa rotte, e che ho pregato non ci fossero altri concerti. Sbagliato. Non avevo fatto i conti con i 2manydjs, ovvero i Soulwax in versione Dj, ovvero due fratelli belgi che fanno coi piatti quello che pare a loro. Un esempio? Provate a far ballare convulsamente 35 mila teste al ritmo di “Love is in the Air”. Si, proprio quella che conoscete voi. Mixarla a “Live Scratch” di Justice, a “Kids” ed “Electric Feel” degli MGMT, alla ormai classica “Hey Boy Hey Girl”, e ai Tecnotronic (Pump the Jam!!). E’ il finale perfetto, muoio dalle risate e come tutti non riesco a smettere di ballare. Poi invece smetto, basta così. Ho un altro giorno di festival da godermi.

19 LUGLIO 2008

Secondo ed ultimo giorno di Summercase. Anche oggi si inizia alla luce del sole, a dire il vero un sole da film western. Il palco che ospita i primi tre gruppi del pomeriggio è il Converse, quello dei cinque più lontano dall’entrata. Raggiungendolo realizzo che gli spagnoli così sciocchi non sono, infatti l’intero Forum è perfettamente lindo grazie ad un’interessante politica di riciclaggio che si basa su due punti: 1) Le bottigliette d’acqua costano due euro e mezzo, ma portandone cinque vuote al centro raccolta una è omaggio. 2) Al bar non ci sono bicchieri. All’entrata viene consegnato un bel bicchierone con un anello da agganciare alla cintura, in modo da usare sempre lo stesso bicchiere per tutto il festival. I problemi sono due: l’acqua è un bene primario e se una ragazzina sta svenendo nella calca non la si può far pagare. Per quanto riguarda il secondo punto, beh vi dico solo che a me il boccale è caduto circa venti volte, e che bere long drink e birra nello stesso contenitore non è il massimo. Ad ogni modo, sono le sei di sera ed iniziano i tre concerti “benevoli”: Mystery Jets, Shout Out Louds e Los Campesinos.
I Mystery Jets fanno da apripista, e lo fanno più che dignitosamente. Un bel gruppo inglese con forti influenze di Libertines, Cure ed Housemartins, dove a farla da padrone è la voce piacevolissima del leader Blaine Harrison. Seduto su una sedia girevole da ufficio per i gravi problemi di deambulazione che lo affliggono dalla nascita, suona come suo fratello Henri sia tastiere che chitarra. Le groupies britanniche apprezzano i pezzi sdolcinati e saltellano felici sotto il palco. Arrivano gli Shout Out Louds, gruppo di Stoccolma il cui primo album, “Howl Howl, Gaff Gaff” mi aveva regalato momenti di estasi, mischiando sapientemente la tristezza pop degli amati Bright Eyes con la freschezza dei Belle e Sebastian . Nel recente ”Our Ill Wills”, invece, virano su un sound più alla Cure ultima maniera, risultando meno fisici e più orchestrali. Dal vivo il sestetto svedese ci regala un set che pesca in egual misura tra i migliori brani dei due album, inaridendo il sound e quindi dando più impatto anche ai nuovi pezzi. Da sottolineare una frenetica “Tonight I Have to Leave It”, le dolcissime “The Comebak” ed “Impossible”, ed un finale con l’ormai celebre cavallo di battaglia “Please, Please, Please” cantato un po’ da tutti, e su cui il cantante Adam Olenius mostra fiero la maglietta di Messi, con relativa ovazione. Mi chiedo se ieri, al Summercase di Madrid, non abbia indossato quella del Real. Comunque siamo arrivati al concerto della Next Big Thing, i giovanissimi Los Campesinos, che a dispetto del nome ispanico sono tre ragazzi e tre ragazze gallesi incontratisi al college di Cardiff pochi anni or sono. La mattina si studia, la sera si mette su una band di fama mondiale, insomma.
Quando si assiste a centinaia di concerti si pensa di poter avere una opinione su tutta la musica in circolazione. Ed invece descrivere ciò che mi accade alle ore 20:30 mi è veramente difficile, perché quello che ho vissuto è stato a dir poco unico. Ovviamente unico è la parola sbagliata. Tornando all’ostello alle sette del mattino avevo i brividi a ripensarci. Ora, ho i brividi. Vi do solo un paio di ingredienti per cercare di rendere l’atmosfera creata da questi kids arrossati dal sole: iniziano il concerto al tramonto con un migliaio di persone interessate più a fare la cernita delle sostanze rimastegli, e lo finiscono con almeno ventimila invasati che saltano all’unisono e acclamano “Campesinos, Campesinos!”. Loro guardano gli astanti non riuscendo a trattenere l’incredulità, si richiamano tra loro attoniti, il chitarrista prende in mano una telecamera per registrare ciò a cui non crede. Dalla sua il cantante, che sembra la copia di Charlie Brown senza coperta, ringrazia il pubblico dicendo che sono “terrificati”, si, proprio “frightened”, e che hanno finito i pezzi, avendoli suonati due volte più veloci del dovuto(!). Richiamati dagli applausi concludono il loro spettacolo con tre bis in piedi sulle spie, grati per la magnifica serata vissuta insieme. Chiunque all’interno del festival, dopo questo concerto, parlerà estasiato dei Campesinos. Due ore prima non se li sarebbe calcolati proprio nessuno. Certamente il miglior concerto del sabato, compresi quelli a venire di cui ora vi rendo conto.
Si cambia palco, il mio programma prevede Kings of Leon, Mogway, Sex Pistols, Kaiser Chiefs e Foals.
Non nego che i Kings of Leon siano uno dei gruppi che negli ultimi anni ho apprezzato di più, nonostante suonino un genere defunto dai tempi dei Lynyrd Skynyrd, ovvero il Southern Rock. Arrivati al terzo album, di cui proseguono un tour lungo ormai 15 mesi o giù di lì, i tre fratelli texani con cugino aggiunto mi confermano l’idea di essere diventati una delle migliori band a livello mondiale. Brani come “Milk” ed “On Call” che dimostrano come, al di là di ogni possibile merito della band, la voce di Anthony Followill possa stare anche da sola lì sul palco. E la gente andrebbe comunque in estasi. Il gruppo, e la vena indie rock, si sente soprattutto nei vecchi “Molly’s Chambers”e “King of the Rodeo”, e nella bellissima “The Bucket”. Scappo perché nell’altro palco sta per iniziare un evento, almeno per coloro che ancora non hanno seppellito il Post Rock tra i ricordi sbiaditi dell’infanzia. Correva il 1997 quando cinque tracagnotti signori scozzesi pubblicarono Young Team, loro primo album e inizio di un periodo di fioritura di gruppi affini come Slint, Tortoise e Explosions in the Sky, ed in Italia dei grandi Giardini di Mirò. I Mogway stasera lo ripropongono integralmente, e per celebrare l’evento si son portati dietro anche Aidan Moffat, storico e carismatico leader dei defunti Arab Strap. Purtroppo Stuart Braithwaite, leader della band, non ha cambiato un bel nulla nell’esibizione di cui vi do conto rispetto al prodotto originale su disco. I cinque paiono sinceramente contrariati, come se stessero raccattando gli ultimi soldi prima della pensione, come se non avessero più nulla da dire e volessero prendere il primo aereo per Glasgow nel giro di pochi minuti. Una delusione grandissima per me e per i tanti che pensavano ad una destrutturazione di Young Team, nella tipica accezione di quel genere che ora mi accorgo sia veramente morto: il Post Rock.
Arriva il momento dei Sex Pistols, ovvero della pausa cena. Per me i Sex Pistols sono morti nel 1977, e sentendoli da lontano mi fanno ancora più incazzare, perché hanno fatto esattamente quello che non avrebbero mai dovuto: hanno imparato a suonare. L’ effetto acustico è bello compatto, e le canzoni sono compatte e coese, cioè non punk. E l'ora dei Kaiser Chiefs e sembra che le loro canzoncine scopiazzate ai Ramones che tanto piacevano due anni or sono al pubblico british abbiano stancato un po’ tutti. Cose che capitano quando si sceglie la via della hit a presa rapida. Il cantante non trova niente di meglio da fare che scagliarsi contro un povero sfigato in prima fila apostrofandolo come “wanker” per circa dieci minuti. Poveraccio, sembra una brutta copia di Paul Gascoigne nei momenti peggiori. Fortunatamente le mie orecchie stanno per godersi uno dei più sorprendenti gruppi britannici degli ultimi anni, ovvero i Foals.
A tutt’oggi, non capisco come questo quintetto di Oxford riesca ad avere così tanta presa sul giovane pubblico indie europeo. Le loro canzoni si basano su pattern ossessivi, base fondante del math rock che ha reso celebri prima i newyorkesi Oneida e Liars e oggi i Battles. Il loro primo album, lo spettacolare Antidotes, ha solo quattro mesi, ma (alla faccia dei Mogway) viene stravolto nel tipico stile Sonic Youth, dove i brani si fondono, si dilatano all’esasperazione, si tagliano all’improvviso, si mandano in loop. Il tutto senza l’ausilio di basi, e con dei grossi problemi di acustica sul palco, tanto che il chitarrista Andrew Mears non ci mette molto a scagliare dalla rabbia la sua Strato contro l’ampli più vicino. La sezione ritmica è impressionante: il bassista mi fa vergognare di suonare il suo stesso strumento, la perizia tecnica del ragazzo ai tamburi è da strabuzzare gli occhi (penso che non abbia mai eseguito un tempo pari), brani come “Cassius”, “The French Open” e “Red Socks Pugie” vengono eseguiti in maniera impeccabile, sicuramente rendendo live molto più che su album. Un gran concerto, la degna chiusura di un festival ben organizzato e ben riuscito, come al solito in terra straniera. Ci sarebbe da ascoltare qualche dj del Razzmatazz, ma sinceramente non ho voglia di contaminare la purezza di questo ultimo concerto con degli stupidi cambiadischi. Vado a casa, grazie Summercase.

Marco Appioli