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LUGLIO 2008
SUMMERCASE FESTIVAL 2008
BARCELLONA
foto e recensione a cura di Marco Appioli
E
dopo vari mesi di attesa eccomi alle porte del Parc del Forum di Barcellona.
Primo giorno di Summercase, ore 16 e 30. La mia proverbiale ansia si palesa
quando mi accorgo di essere entrato per sesto, sesto su sessantamila persone.
Sono qui dalle tre meno un quarto. Il programma del festival, tanto contestato
nei mesi precedenti nei vari forum, è a mio parere particolarmente
ricco, nonostante le defezioni dell’ultim’ora di M.I.A. (a quanto pare
non suonerà mai più dal vivo) e delle Long Blondes. La lista
delle bands del venerdi include, tra gli altri, nomi come Grinderman,
Interpol, Verve, Maximo Park e Primal Scream.
Il primo concerto è quello dei We Are Scientists, un gruppo indie
pop americano che assomiglia terribilmente a qualsiasi gruppo indie pop
inglese. Hanno poco suono, nonostante siano sul palco Movistar, il meglio
attrezzato, e riescono a tenere vivo il pubblico ancora contratto solo
quando eseguono pezzi del primo album “With Love and Squalor”.
Passa
un’oretta e sullo stesso palco, giusto per far capire a tutti che le cose
si fanno serie, sale sul palco un certo Nick Cave con la sua ultima creatura,
i Grinderman, ovvero i Bad Seeds con un altro nome. Appena i quattro iniziano
ad esibirsi, succede qualcosa di molto piacevole, cioè gli amplificatori
iniziano a funzionare bene, anzi ad urlare, sconvolti da un delirio di
suoni prodotti sia dagli effetti della chitarra di Nick, che dal barbuto
polistrumentista Warren Ellis, quello più accostabile all’attitudine
noise dei Birthday Party che cementò i futuri Bad Seeds. La band
esegue i brani dell’unico disco, più un paio di inediti, dimostrando
come si possa tutt’oggi suonare del blues in chiave moderna ovvero psycho-garage
(passatemi il termine), senza doversi inventare nulla e senza risultare
in alcun modo scontati. Rigorosamente in giacca e camicia nera, sembrano
usciti da una sparatoria in un film di Tarantino.

Ho mezz’ora di tempo, che impiego mangiando un panino con churrizo, (più
che un salsiccione una schifezza colossale che l’indomani mi farà
urlare) e ammirando le bellezze del festival accompagnate dai soliti fortunati
che si contendono la maglietta più originale e/o provocatoria.
Impalmo decisamente un giovane tracagnotto che mostra una “I Saw Elvis”
(alla faccia vostra, immagino) e un giovane d’Albione di due metri con
scritto “If Music is Too Loud, You’re too Old”.
Stanno per iniziare gli Interpol, ovvero il mio gran dilemma dai tempi
in cui mi presero il cuore con il magnifico “Turn on the Bright Lights”,
uno dei migliori album dei primi del secolo. Cerco di dimenticare che
i due album successivi sono stati pessimi e che, a quanto si dice, il
quartetto di NY non sappia proprio tenere il palco. Arriva il momento
della verità. La voce di Paul Banks è piena e incoraggiante,
i pezzi sono eseguiti bene, ma manca proprio quello che ti fa scuotere
la testa, quella cosa lì che gli inglesi chiamano the groove. Mi
scendono quasi le lacrime, fanno anche PDA, la canto, ma è più
bella su CD, ed è un peccato.
Alcuni irlandesi (che mi scambiano per uno degli Stone Roses, ahimè)
mi convincono a vedere la fine del concerto dei Maximo Park. Loro si che
hanno il groove, tutti saltano e apprezzano, proprio un bel concerto.
Suonano molto semplici, ma lo fanno in maniera impeccabile. Se potessero
solo fare un tour con gli Interpol..
Ultimo dilemma della giornata: i Verve suoneranno o no? Hanno annullato
tre date in dieci giorni, tra cui quella di Italia Wave, per una laringite
di Richard Ashcroft che, a quanto pare, entra ed esce dall’infermeria.
Nulla di più falso. Canta come dieci anni fa, quando il suo gruppo
era “Il Gruppo” e Britpop significava ancora qualcosa. E riescono ancora
a stupire, se non altro perché ti aspetti il the best of the best
e invece tolgono fuori pezzi del bellissimo “A Storm in Heaven” e addirittura
del precedente album d’esordio. La conclusione è affidata al nuovo
singolo, “This is Music”. E’ una paraculata colossale, la batteria suona
dance, le chitarre suonano New Order, ma credetemi il pezzo è trascinante
quanto i migliori LCD Soundsystem. Bel concerto, insomma.
Mi addentro eroicamente per gustarmi in prima fila il momento del festival
che aspetto da un decennio, l’esibizione dei Primal Scream. Mi dilungherò
in un articolo apposito su questo concerto, ma vi anticipo che Bobby Gillespie
e soci non hanno deluso affatto, che ne sono uscito felice e con le ossa
rotte, e che ho pregato non ci fossero altri concerti. Sbagliato. Non
avevo fatto i conti con i 2manydjs, ovvero i Soulwax in versione Dj, ovvero
due fratelli belgi che fanno coi piatti quello che pare a loro. Un esempio?
Provate a far ballare convulsamente 35 mila teste al ritmo di “Love is
in the Air”. Si, proprio quella che conoscete voi. Mixarla a “Live Scratch”
di Justice, a “Kids” ed “Electric Feel” degli MGMT, alla ormai classica
“Hey Boy Hey Girl”, e ai Tecnotronic (Pump the Jam!!). E’ il finale perfetto,
muoio dalle risate e come tutti non riesco a smettere di ballare. Poi
invece smetto, basta così. Ho un altro giorno di festival da godermi.
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LUGLIO 2008
Secondo
ed ultimo giorno di Summercase. Anche oggi si inizia alla luce del sole,
a dire il vero un sole da film western. Il palco che ospita i primi tre
gruppi del pomeriggio è il Converse, quello dei cinque più
lontano dall’entrata. Raggiungendolo realizzo che gli spagnoli così
sciocchi non sono, infatti l’intero Forum è perfettamente lindo
grazie ad un’interessante politica di riciclaggio che si basa su due punti:
1) Le bottigliette d’acqua costano due euro e mezzo, ma portandone cinque
vuote al centro raccolta una è omaggio. 2) Al bar non ci sono bicchieri.
All’entrata viene consegnato un bel bicchierone con un anello da agganciare
alla cintura, in modo da usare sempre lo stesso bicchiere per tutto il
festival. I problemi sono due: l’acqua è un bene primario e se
una ragazzina sta svenendo nella calca non la si può far pagare.
Per quanto riguarda il secondo punto, beh vi dico solo che a me il boccale
è caduto circa venti volte, e che bere long drink e birra nello
stesso contenitore non è il massimo. Ad ogni modo, sono le sei
di sera ed iniziano i tre concerti “benevoli”: Mystery Jets, Shout Out
Louds e Los Campesinos.
I Mystery Jets fanno da apripista, e lo fanno più che dignitosamente.
Un bel gruppo inglese con forti influenze di Libertines, Cure ed Housemartins,
dove a farla da padrone è la voce piacevolissima del leader Blaine
Harrison. Seduto su una sedia girevole da ufficio per i gravi problemi
di deambulazione che lo affliggono dalla nascita, suona come suo fratello
Henri sia tastiere che chitarra. Le groupies britanniche apprezzano i
pezzi sdolcinati e saltellano felici sotto il palco. Arrivano gli Shout
Out Louds, gruppo di Stoccolma il cui primo album, “Howl Howl, Gaff Gaff”
mi aveva regalato momenti di estasi, mischiando sapientemente la tristezza
pop degli amati Bright Eyes con la freschezza dei Belle e Sebastian .
Nel recente ”Our Ill Wills”, invece, virano su un sound più alla
Cure ultima maniera, risultando meno fisici e più orchestrali.
Dal vivo il sestetto svedese ci regala un set che pesca in egual misura
tra i migliori brani dei due album, inaridendo il sound e quindi dando
più impatto anche ai nuovi pezzi. Da sottolineare una frenetica
“Tonight I Have to Leave It”, le dolcissime “The Comebak” ed “Impossible”,
ed un finale con l’ormai celebre cavallo di battaglia “Please, Please,
Please” cantato un po’ da tutti, e su cui il cantante Adam Olenius mostra
fiero la maglietta di Messi, con relativa ovazione. Mi chiedo se ieri,
al Summercase di Madrid, non abbia indossato quella del Real. Comunque
siamo arrivati al concerto della Next Big Thing, i giovanissimi Los Campesinos,
che a dispetto del nome ispanico sono tre ragazzi e tre ragazze gallesi
incontratisi al college di Cardiff pochi anni or sono. La mattina si studia,
la sera si mette su una band di fama mondiale, insomma.
Quando si assiste a centinaia di concerti si pensa di poter avere una
opinione su tutta la musica in circolazione. Ed invece descrivere ciò
che mi accade alle ore 20:30 mi è veramente difficile, perché
quello che ho vissuto è stato a dir poco unico. Ovviamente unico
è la parola sbagliata. Tornando all’ostello alle sette del mattino
avevo i brividi a ripensarci. Ora, ho i brividi. Vi do solo un paio di
ingredienti per cercare di rendere l’atmosfera creata da questi kids arrossati
dal sole: iniziano il concerto al tramonto con un migliaio di persone
interessate più a fare la cernita delle sostanze rimastegli, e
lo finiscono con almeno ventimila invasati che saltano all’unisono e acclamano
“Campesinos, Campesinos!”. Loro guardano gli astanti non riuscendo a trattenere
l’incredulità, si richiamano tra loro attoniti, il chitarrista
prende in mano una telecamera per registrare ciò a cui non crede.
Dalla sua il cantante, che sembra la copia di Charlie Brown senza coperta,
ringrazia il pubblico dicendo che sono “terrificati”, si, proprio “frightened”,
e che hanno finito i pezzi, avendoli suonati due volte più veloci
del dovuto(!). Richiamati dagli applausi concludono il loro spettacolo
con tre bis in piedi sulle spie, grati per la magnifica serata vissuta
insieme. Chiunque all’interno del festival, dopo questo concerto, parlerà
estasiato dei Campesinos. Due ore prima non se li sarebbe calcolati proprio
nessuno. Certamente il miglior concerto del sabato, compresi quelli a
venire di cui ora vi rendo conto.
Si cambia palco, il mio programma prevede Kings of Leon, Mogway, Sex Pistols,
Kaiser Chiefs e Foals.
Non nego che i Kings of Leon siano uno dei gruppi che negli ultimi anni
ho apprezzato di più, nonostante suonino un genere defunto dai
tempi dei Lynyrd Skynyrd, ovvero il Southern Rock. Arrivati al terzo album,
di cui proseguono un tour lungo ormai 15 mesi o giù di lì,
i tre fratelli texani con cugino aggiunto mi confermano l’idea di essere
diventati una delle migliori band a livello mondiale. Brani come “Milk”
ed “On Call” che dimostrano come, al di là di ogni possibile merito
della band, la voce di Anthony Followill possa stare anche da sola lì
sul palco. E la gente andrebbe comunque in estasi. Il gruppo, e la vena
indie rock, si sente soprattutto nei vecchi “Molly’s Chambers”e “King
of the Rodeo”, e nella bellissima “The Bucket”. Scappo perché nell’altro
palco sta per iniziare un evento, almeno per coloro che ancora non hanno
seppellito il Post Rock tra i ricordi sbiaditi dell’infanzia. Correva
il 1997 quando cinque tracagnotti signori scozzesi pubblicarono Young
Team, loro primo album e inizio di un periodo di fioritura di gruppi affini
come Slint, Tortoise e Explosions in the Sky, ed in Italia dei grandi
Giardini di Mirò. I Mogway stasera lo ripropongono integralmente,
e per celebrare l’evento si son portati dietro anche Aidan Moffat, storico
e carismatico leader dei defunti Arab Strap. Purtroppo Stuart Braithwaite,
leader della band, non ha cambiato un bel nulla nell’esibizione di cui
vi do conto rispetto al prodotto originale su disco. I cinque paiono sinceramente
contrariati, come se stessero raccattando gli ultimi soldi prima della
pensione, come se non avessero più nulla da dire e volessero prendere
il primo aereo per Glasgow nel giro di pochi minuti. Una delusione grandissima
per me e per i tanti che pensavano ad una destrutturazione di Young Team,
nella tipica accezione di quel genere che ora mi accorgo sia veramente
morto: il Post Rock.
Arriva il momento dei Sex Pistols, ovvero della pausa cena. Per me i Sex
Pistols sono morti nel 1977, e sentendoli da lontano mi fanno ancora più
incazzare, perché hanno fatto esattamente quello che non avrebbero
mai dovuto: hanno imparato a suonare. L’ effetto acustico è bello
compatto, e le canzoni sono compatte e coese, cioè non punk. E
l'ora dei Kaiser Chiefs e sembra che le loro canzoncine scopiazzate ai
Ramones che tanto piacevano due anni or sono al pubblico british abbiano
stancato un po’ tutti. Cose che capitano quando si sceglie la via della
hit a presa rapida. Il cantante non trova niente di meglio da fare che
scagliarsi contro un povero sfigato in prima fila apostrofandolo come
“wanker” per circa dieci minuti. Poveraccio, sembra una brutta copia di
Paul Gascoigne nei momenti peggiori. Fortunatamente le mie orecchie stanno
per godersi uno dei più sorprendenti gruppi britannici degli ultimi
anni, ovvero i Foals.
A tutt’oggi, non capisco come questo quintetto di Oxford riesca ad avere
così tanta presa sul giovane pubblico indie europeo. Le loro canzoni
si basano su pattern ossessivi, base fondante del math rock che ha reso
celebri prima i newyorkesi Oneida e Liars e oggi i Battles. Il loro primo
album, lo spettacolare Antidotes, ha solo quattro mesi, ma (alla faccia
dei Mogway) viene stravolto nel tipico stile Sonic Youth, dove i brani
si fondono, si dilatano all’esasperazione, si tagliano all’improvviso,
si mandano in loop. Il tutto senza l’ausilio di basi, e con dei grossi
problemi di acustica sul palco, tanto che il chitarrista Andrew Mears
non ci mette molto a scagliare dalla rabbia la sua Strato contro l’ampli
più vicino. La sezione ritmica è impressionante: il bassista
mi fa vergognare di suonare il suo stesso strumento, la perizia tecnica
del ragazzo ai tamburi è da strabuzzare gli occhi (penso che non
abbia mai eseguito un tempo pari), brani come “Cassius”, “The French Open”
e “Red Socks Pugie” vengono eseguiti in maniera impeccabile, sicuramente
rendendo live molto più che su album. Un gran concerto, la degna
chiusura di un festival ben organizzato e ben riuscito, come al solito
in terra straniera. Ci sarebbe da ascoltare qualche dj del Razzmatazz,
ma sinceramente non ho voglia di contaminare la purezza di questo ultimo
concerto con degli stupidi cambiadischi. Vado a casa, grazie Summercase.

Marco
Appioli
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