| C’è
un filo rosso che lega i poeti ai più autentici b-boys isolani
che si servono del sardo per esprimere e veicolare in rima visioni, percezioni,
opinioni e messaggi : trattasi di un vero e proprio rapporto di filiazione
in cui la tradizione, il codice della lingua, si perpetua e si conserva
tramite il racconto orale e l’improvvisazione. Attraverso la parola. Proprio
in una terra dove sembra che il potere di quest’ultima si sia ridotto
a vile contrattazione, negoziazione e compromesso l’invettiva poetica
del rap pare assurgere ad efficace mezzo di espressione con una formula
dal duplice movimento: praticare una poetica della musica anche politica.
Per questo avevamo già espresso in questa sede un giudizio più che positivo
riguardo alle straordinarie potenzialità di Nos’e tottu,
primo e piccolo capolavoro ufficiale dei Balentia. Ebbene, intercorrono
tre anni ed il nuovo e sorprendente lavoro intitolato Bisendi disi
(sognando i giorni) non ha certo deluso le nostre aspettative. Il tasso
tecnico era e rimane elevatissimo.
Stesso discorso vale
per lo stile e l’attitudine: originale e inconfondibile. Meno
vulcanica e frammentaria della precedente ma piuttosto incentrata su una
linea ancora più accattivante ed essenziale la nuova produzione
del sempre presente KWild gioca nuovamente con il funk e le sue dirompenti
catene ritmiche a sostegno della versatilità di Su Maistu e Lepa
e degli scratch del fido dj Zep. Risultato: flow da urlo e beat grassi
come il lardo con un suono electrofunky globale che potrebbe fare
invidia a molti. E se il sodalizio funziona a meraviglia è perché in questo
progetto da anni sussistono costanza e sacrificio, lungimiranza e coraggio
di chi continua a crederci, nonostante le annose difficoltà in cui versa
la Sardegna per ciò che attiene la musica. Non occorre stilare una lista
che sottolinei le tracce più degne di nota: il disco è maturo e nel complesso
molto curato. Verrebbe da dire quasi perfetto. Un flusso di parole e suoni
continuo che abbraccia le più disparate tematiche con finezza, fotografando
le impressioni di un vissuto che non è solo individuale ma per forza di
cose diventa anche collettivo. La verità è che i Balentia raccontano storie
condivise restituendoci i brandelli di quella gestalt sarda che
rimane ancora incastonata nel nostro immaginario. Il tutto condito
in salsa old-funk con qualche breve concessione al reggaeton
secondo una personale interpretazione che non disdegna l’intrattenimento.
Quello che colpisce di
più è ancora una volta la forza dell’hiphop, che riesce a travalicare
i confini riuscendo a rimanere sempre trasversale. Una cultura poliglotta
che pertanto ha metabolizzato benissimo anche la limba e la tradizione
campidanese sarda. Intendiamoci: non parliamo del solito scimmiottamento
estetizzante da bling bling americano. Meglio rimarcarlo ancora
una volta. Qui trasuda il sole delle spiagge del sud ma anche quello
che brucia la pelle dei lavoratori nei cantieri all’aperto. C’è la routine
della giornata in fabbrica e la noia di una generazione priva di prospettive.
Quella che sorniona bighellona in piazza perché non può sperare in un
lavoro sicuro. Ci sono i ricordi di una persona amata che solo la lingua
sarda può trasformare in una canzone toccante che ne onori la memoria.
C’è la rabbia e la dolcezza, i taciti codici dei vicinati dei paesi, il
carattere e le voci di uomini e donne di una terra mediterranea con il
suo singolare senso dell’onore e dell’orgoglio.
www.myspace.com/balentia
Luca Sulis
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