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Gran bella uscita per
la AreaPirata: la solerte etichetta pisana decide di regalarci/vi in un
unico compendio la discografia di una delle bands italiane seminali nel
c.d. garage revival degli anni ’80: i Four by art da Milano.
Probabilmente chi è appassionato del suono sixties nelle sue
sfaccettature (e ha l’età giusta) sa di chi stiamo parlando. Il
quartetto/quintetto ha dato alle stampe tra il 1982 e il 1986 un Ep e due
Lp, riassunti per l’appunto in quest’elegante confezione digipack.
Sfilano cosi le tre canzoni contenute
nell’esordio “My mind in four sights” (l’opening omonimo sembra un’outtake
da “A quick one…” degli Who, con tanto di a solo di corno sul
finale), i brani del primo omonimo album, registrato nel 1985 e stampato
allora dalla Electric eye di Claudio Sorge: gli elementi ci sono tutti,
dal classico stomping garage con organo acido (I can’t stand your
love, Torpedo woman, con coretti ye ye da paura), il beat quasi
“chiesastico” (che caratterizzava il suono italiano del genere, Not
teardrops on the floor), episodi freakbeat (Lost in a ghost town,
Do the shimmy shimmy duck), wyld garage (Don’t call me on the
phone) e rhythm’n’blues à la Small faces/Yardbirds (Sleep all day)
fino al boogaloo strumentale à la Jimmy Smith (A little bit of ice,
trainata dal potentissimo e super cool organo di Michele Pingitore
– tra l’altro in pista anche col suo gruppo solista a nome Mike Painter
and the Family shakers - ndr).
Il songwriting della coppia
Pingitore/Boniello è citazionista ma personale, e in scaletta non ci sono
cover, eccezion fatta per la conclusiva Mony Mony, dal coro “anthemico” e
dalla sezione fiati spumeggiante.
Ma c’è di più: i brani del secondo album
“Everybody’s an artist with Four by art” sono maggiormente garage,
forse per il passaggio di Elvis Galimberti alla voce (con toni più rochi e
sporchi rispetto a quella più soul di Geppo Punzi sui primi
dischi).
Anche questo disco, registrato nel 1986 e
stampato sempre da Electric eye, rispetta la ricetta musicale fatta di
rhythm’n’blues, freakbeat e mod79 (i Merton Parkas su
tutti, a parer mio), risultando gradevole e più consapevole dell’esordio
sulla lunga distanza.
A chiudere la raccolta qualche brano live,
registrato al “Mod Mayday” di Viareggio nel 1983: tre cover, con una
scarsa qualità audio, ma che valgono come documento di un’epoca e
manifesto d’intenti, sulle quali spicca una devastante rendition di
“Psychotic reaction”.
In definitiva un ottimo Bignami del suono
della band, adatto sia ai nostalgici che ai neofiti che li approcciano,
per una band che ancora calca i palchi di mezza Italia, innamorata di un
certo suono e dell’attitudine visceralmente Mod.
JD Tiki
www.areapirata.com
www.fourbyart.it
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